mercoledì, 28 ottobre 2009
Ha ragione Luisa Patruno quando nel suo editoriale di ieri sostiene che il risultato delle primarie era scontato. Con quattro candidati è praticamente impossibile che uno superi il 50%.

La prima riflessione che mi viene da fare è: adesso ricomincia la solita bagarre tra opportunità politiche e regole, tra indicazioni degli elettori e rispetto dello statuto.

Un pò di amarezza per le dichiarazioni di Kessler: "questa volta ho vinto io". Nonostante i rimbrotti e le prediche sulle regole, mi sembra che cerchi sempre di rivendicare il peso della corrente.

Scientifica l'Operazione di disinnesco di Pinter da parte dei sostenitori di Veronesi. Hanno sottratto quel che bastava per risultare il terzo degli eletti ed essere escluso dal potenziale ballottaggio.
Con questa operazione gli eletti di Rovereto e Vallagarina risultano essere meno di quelli del Basso Sarca.

Ultima considerazione sugli eletti:
Lorandi Fabiano
Dorigotti Sandra
Ballardini Bruno
Merighi Claudia
Chiasera Sabina
Simoncelli Chiara

L'età media è, ancora una volta, sopra i 50 anni. C'erano candidati più giovani, ma gli elettori hanno scelto così!
postato da: robertopallanch alle ore 08:38 | Permalink | commenti (9)
Commenti
#1    28 Ottobre 2009 - 11:08
 
Concordo con la considerazione sugli eletti. Una risposta la si può trovare nel commento del dott.Franco alla lettera pubblicata anche da questo blog (Fuori le palle)

Risposta direttore Corriere del Trentino dott. Enrico Franco (pag.8 28/10/10)

Caro Passerini,

rispondendo a un'altra lettera sul tema, domenica ho rilevato come la nostra sia una società miope perché penalizza i giovani, quindi il proprio futuro. La responsabilità di tale situazione, ovviamente, ricade in primo luogo sull'establishment. Ossia sugli adulti e gli anziani. Tuttavia lei ha ragione: se i giovani partecipassero di più alla vita pubblica, forse qualche piccolo risultato potrebbero ottenerlo. Alle recenti primarie del Pd, ad esempio, in tutta Italia l'età media dei votanti è stata elevata: perché i giovani non si sono visti ai seggi? Per sfiducia? Legittimo, ma la politica non si cambia chattando e bloggando in internet (strumento certo prezioso e capace in qualche modo di produrre dei condizionamenti anche nel Palazzo): bisogna sporcarsi le mani, combattere, raccogliere consenso e tradurlo in rappresentanza in tutte le sedi decisionali. È vero, si sente proprio l'assenza di una lobby generazionale giovanile che contrasti le altri lobby generazionale assai attive.


utente anonimo

#2    28 Ottobre 2009 - 16:02
 
pubblico un commento inviatomi via mail:

Oggi sull'Adige c'è la smentita di Kessler pubblicata nella sezione delle lettere:

"Pd, ha vinto Nicoletti. Ora non tradiamo il popolo

Signor direttore, mi spiace che un mio commento, riferito a passati articoli dell'Adige su di me, sia stata usato ieri sul giornale per descrivere la mia posizione politica. Alle primarie del Pd hanno vinto Bersani, Nicoletti e soprattutto la gente che è andata in massa a votare, rispondendo all'invito di scegliere dal basso democraticamente il segretario del partito. Si tratta ora di non tradire quella fiducia e quelle indicazioni. Il resto davvero non conta. Giovanni Kessler "


L'operazione di disturbo ha penalizzato, a mio avviso anche Nicoletti o chi, in condizioni diverse, avrebbe potuto avere il 50%dei voti.

La selezione che gli iscritti fanno a livello nazionale, permette che solo due o tre si possano contendere l'incarico di segretario. In questo modo è più facile ottenere da uno dei due o tre candidati più del 50% dei voti direttamente dalle primarie.

A livello provinciale si è deciso di non fare il vaglio degli iscritti e così, dopo le primarie, la decisione passa direttamente all'assemblea.

Mi auguro che il voto degli elettori ed iscritti non venga stravolto, perchè altrimenti vedrei vanificato il senso della consultazione elettorale del partito. E tra l'altro, personalmente mi sentirei un po' presa in giro.


Sull'età media hai ragione....ma accidenti che cosa si può fare...occorre davvero uscire da questa situazione, ma come?


betty

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#3    28 Ottobre 2009 - 16:40
 
n questo momento tutto il potere è assegnato agli eletti in assemblea.
Saranno loro a decidere quale segretario sostenere, indipendentemente da chi è il più votato.
qui possiamo sbizzarrirci in architetture e idee di democrazia, ma se  fosse vera una convergenza su Tonini, si otterrebbe un segretario eletto con il 65% dei voti.

Devo ancora leggere i giornali di oggi ma mi sembra che questo possa essere un passaggio condiviso.

Il dato politico certo è che l'azione di disturbo ha relegato all'angolo una minoranza della quale non ho capito le linee guida, se non l'aggancio al candidato nazionale.

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#4    28 Ottobre 2009 - 17:38
 
Scusa, Roberto, ma io non ho capito bene neanche le linee guida  delle altre tre mozioni e le differenze che ci sono tra di loro, se non che dietro a Tonini e Nicoletti ci sono rispettivamente Pacher e Kessler, che sperano di essere i successori di Dellai.
Ciao
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#5    29 Ottobre 2009 - 08:53
 
confesso di non aver approfondito a sufficienza per quanto riguarda la mozione Tonini!
Mi sembrava fuori discussione che un senatore potesse anche fare il segretario e quindi, dopo aver letto il documento distrattamente ho abbandonato l'opzione.

Per quanto riguarda le mozioni di Pinter e di Nicoletti, forse hai ragione tu rispetto ai posizionamenti per il futuro, anche se da qui ad allora chissà cosa succederà agli alleati di coalizione (che sembrano voler sposare chi sostiene che è stato rifondato il P.C.I.)

Certo che la scelta del candidato, anche da parte di chi è più impegnato e più attivo nella vita di partito, è legata a pezzi di storia comune, a conoscenze personali, a condivisioni di esperienze con persone che si sono schierate.
Nella sostanza le mozioni non avevano, almeno secondo me, grandi differenze
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#6    29 Ottobre 2009 - 11:31
 
"che sembrano voler sposare chi sostiene che è stato rifondato il P.C.I."
e qui potrebbe aprirsi una lunga parentesi. Il problema è sempre il solito nodo irrisolto: il fattore K che deve essere superato da plausibili scelte politiche (e con una profonda revisione della storia del Pci, senza infingimenti, ipocrisie o trasformismi alla Veltroni "io non sono mai stato comunista". E senza nascondersi dietro ai democristiani per poi accoltellarli alle spalle per sentirsi ancora vivi).
La formula "fattore K" fu impiegata da Alberto Ronchey, giornalista e scrittore italiano, ministro dei beni culturali nel Governo Amato I e nel Governo Ciampi, in un editoriale sul Corriere del 30 marzo 1979 («La sinistra e il fattore K») per analizzare le ragioni dell'impedimento al ricambio di governo in Italia come tendenza o “regolarità empirica”. Infatti, nel momento in cui un potente partito comunista prevaleva su ogni altra opposizione, il ricambio di governo risultava impossibile.
Con quel nome legato alla tragica esperienza sovietica, senza un'ideologia e una politica estera compatibili con le condizioni storiche dell'Europa a ovest del muro berlinese, i comunisti non potevano esercitare un'alternativa di governo e contemporaneamente impedivano che fossero i socialisti o socialdemocratici a rappresentarla.
Il problema della sinistra italiana è la sua'anomalia rispetto al panorama europeo: negli altri Paesi dell'Europa occidentale la forza principale della sinistra è sempre stata il partito socialista, mentre in Italia, il “paese più a ovest del blocco dell'est”, lo era il partito comunista.
Il “fattore K” è decaduto poi a causa di eventi come la caduta del muro di Berlino, la dissoluzione dell'Urss e la svolta del Pci convertito in Pds al prezzo di alcune scissioni.
Anziché però pensare alla creazione di un grande partito riformista unitario, a causa di errori di molti protagonisti dell'epoca, venne aperta una stagione giustizialista e di “delegittimazione della politica”, in cui i postcomunisti furono protagonisti (assieme ai cappi della Lega e alle violenti incursioni dei postfascisti del MSI-AN-PdL).
Pierluigi Bersani, al Meeting di Rimini, nell'incontro “Una strada per l'Italia” del 26 agosto 2009 ha concluso il suo intervento con un proposito che avrebbe meritato maggior attenzione.
“A novembre noi parleremo dell'89, del Muro. Facciamo stavolta una riflessione sul nostro muro, perché noi avevamo il muro in casa, a differenza di altri paesi europei. Il muro è caduto ha creato un vuoto d'aria, quel che è venuto fuori da diverse parti, ha comunque avuto un'impronta di antipolitica una delegittimazione della politica, invece perché economia e società si diano la mano ci vuole una politica. Una politica credibile. Ci vuole assolutamente. Partiamo quando è novembre, facciamola questa riflessione”.

Ora Bersani è segretario. Novembre è vicino. Aspetto con ansia "questa riflessione" sperando che, ancora una volta, i tatticismi non prevalgano sul linguaggio della verità. Speranza vana la mia? Poi è inutile lamentarsi e stupirsi dei trionfi elettorali di Berlusconi che ha saputo attrarre i voti del pentapartito e delle forze socialiste, socialdemocratiche, repubblicane e liberali, quel 25% di voti senza il quale la sinistra sarà sempre minoritaria. Elettori confluiti in modo innaturale a destra, per mantenere intatta la propria identità, verso Forza Italia e l'astensionismo. Anche se alleati con i postfascisti e la destra localista padana. Perchè non rendersi conto di questa tragica evidenza?


Lorenzo P.
utente anonimo

#7    29 Ottobre 2009 - 11:38
 
Aggiungi all'elenco anche Giovanni Curia che ha espugnato Trento!
utente anonimo

#8    29 Ottobre 2009 - 15:03
 
Quel che resta del fattore K
di Alberto Ronchey

L'elezione di Giorgio Napolitano al Quirinale, secondo le opinioni dominanti e anche a nostro avviso, è saggia e apprezzabile. Si ricordano i suoi trascorsi di riformista orientato verso la socialdemocrazia europea negli ultimi decenni del Pci, anche se non poteva ignorare le resistenze della tradizionale base militante o dello stesso apparato. E vanno riconosciute le sue qualità diplomatiche, attente alle ragioni di tutti. Un editoriale di Luca Ricolfi, pubblicato in questi giorni su La Stampa, asseriva che l'elezione d'un postcomunista di prestigio alla massima carica dello Stato sancisce il completo e definitivo superamento del «fattore K», il vincolo che ha penalizzato a lungo la sinistra. Invece sul Corriere, Angelo Panebianco ha ipotizzato che i postcomunisti siano i primi a credere tuttora nella persistenza del «fattore K». Non è forse questa l'unica ragione per la quale hanno riproposto, come nel 1996, l'anomalia d'una coalizione il cui candidato alla guida del governo nazionale non è espressione del partito di maggioranza? Ma conviene ricordare, come ha provveduto già in parte su Repubblica Filippo Ceccarelli, di che cosa propriamente si tratta. In un editoriale sul Corriere del 30 marzo 1979 («La sinistra e il fattore K») avevo usato quella formula, «K» per Kommunizm in lingua russa, volendo divulgare la ragione dell'impedimento al ricambio di governo in Italia e in altre nazioni come tendenza o «regolarità empirica». Infatti, dovunque nell' Europa occidentale un potente partito comunista prevaleva su ogni altra opposizione, il ricambio di governo risultava impossibile. Con quel nome legato alla tragica esperienza sovietica, senza un'ideologia e una politica estera compatibili con le condizioni storiche dell' Europa di qua dal muro berlinese, i comunisti non potevano esercitare un'alternativa di governo su mandato degli elettori e con sufficienti alleati, ma impedivano che fossero i socialisti o socialdemocratici a rappresentare l'alternativa. Seguirono lunghe dispute, inficiate spesso da malintesi o distorsioni logiche del vittimismo di Botteghe Oscure. Ma non si trattava d'una invenzione discriminatoria, né d'una fantasia come il «fattoreQo della proibizione » secondo la morfologia della fiaba di Vladimir Propp. Era in questione un impedimento reale, come specificavo e documentavo in un saggio successivo («Chi vincerà in Italia? La democrazia bloccata, i comunisti e il fattore K», Mondadori 1982). Il «K» è decaduto poi a causa di eventi come l'implosione del muro di Berlino, la dissoluzione dell'Urss e la svolta del Pci convertito in Pds e Ds al prezzo di alcune scissioni. Ma rimane sospesa quella domanda, sollevata già sul Corriere. Perché i postcomunisti non hanno ancora proposto, in elezioni a suffragio universale, un loro candidato alla guida del governo? Già tre volte hanno preferito altri candidati. Si deve dunque intendere che tuttora è difficile, o impossibile, coalizzare sotto la guida di un loro candidato sufficienti forze d'altri partiti, anche solo per ottenere appena un soffio di maggioranza come il 10 aprile. Di fatto, nell'elettorato persiste una considerevole diffidenza come residuo «fattore di proibizione », che i postcomunisti prima o poi dovranno superare con plausibili e adeguate scelte politiche.
utente anonimo

#9    02 Novembre 2009 - 12:01
 
utente anonimo

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categoria:partito democratico