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come la patente che ho preso questa mattina facendo l'esame sotto la neve
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come la patente che ho preso questa mattina facendo l'esame sotto la neve
Martedì ho l'esame della patente!!!
dopo anni di indecisione ho compilato tutte le carte e pagato i bollettini per fare la patente della moto... il peccato originale deriva dall'acquisto di una bellissima vespa PE200 del 1981.... l'estate prossima potrò scorazzare per il mondo con una splendida venticinquenne.
buon fine settimana a tutti
cdm, centro didattico musicateatrodanza
Sono iscritto ad un corso del cdm ed ho ricevuto una lettera di cui riporto per intero gli ultimi due punti:
il CDM ha voluto/dovuto affrontare l'acquisto e la ristrutturazione della sede - per dare un futuro alle proprie attività - accollandosi oneri ben oltre il previsto. In particolare ha dovuto in questi ultimi mesi fronteggiare una situazione pesante sotto il profilo economico perchè l'Amministrazione comunale di Rovereto (la precedente) non ha rispettato gli accordi a suo tempo presi insieme alla Provincia. Il succo di quegli accordi era che Provincia e Comune avrebbero insieme coperto il costo di acquisizione e ristrutturazione della sede. La Provincia ha onorato pienamente la sua parte, il comune non ha fatto altrettanto (ca. 200.000,00 €).
il CDM è l'unica scuola musicale delle 14 iscritte al registro delle scuole musicali che ha dovuto in questi ultimi 10 anni affrontare l'onere di trovarsi una sede, ristrutturarla una prima volta a proprie spese e continuamente litigare con l'amminstrazione comunale per ottenere una partecipazione, peraltro modestissima oltre che discontinua, a tutti questi conti.
... per tutto questo i prezzi dei corsi sono aumentati notevolmente.
La lettera si conclude dicendo che la nuova amministrazione comunale ha già dimostrato di "essere intenzionata ad aprire un confronto costruttivo e rispettoso di quello che il CDM è e fa per la città di Rovereto."
E mi domando: ma negli ultimi 10 anni ha governato il centro-sinistra? e poi ci si chiede come mai abbiamo perso le elezioni?
Il CDM ha quasi 1.000 iscritti e molti sono proprio quei giovani che spesso vengono etichettati come persone in difficoltà!!!
referendum/2
... riflettendo sul quorum del referendum ho fatto un rapido calcolo: i candidati alle comunali erano circa 600, mentre gli aventi diritto al voto sono circa 18.000.
Se ipotizziamo che le famiglie siano composte mediamente da 3 persone, avremo 1.800 votanti e quindi il 10% del quorum.
Secondo me molti dei candidati alle comunali non hanno votato e non hanno cercato di stimolare i loro familiari a votare.
referendum
purtroppo il referendum non ha raggiunto il quorum... solo il 15% degli aventi diritto ha votato. Siamo i primi a non utilizzare gli strumenti di democrazia a nostra disposizione e poi ci lamentiamo della classe politica.
ognuno ha quel che si merita.
Considerazioni sul referendum... di Fabrizio Rasera
“Ora o mai più”. Letto sui fogli dattiloscritti fissati con il nastro adesivo alle reti di recinzione dell’area, non sembra certo un proclama ultimativo: un sospiro, piuttosto, un cruccio che accompagna una mobilitazione civile dai toni insolitamente contenuti. Il referendum cittadino di domenica 13 non sarà l’ultima occasione, ne siamo convinti, per un dibattito sul destino di quell’ettaro prezioso di territorio, e men che meno sulla qualità urbana a Sacco e a Rovereto. Rischia di essere, piuttosto, un’occasione persa.
Ricapitoliamo brevemente la vicenda. L’area di cui si discute è quella occupata da uno stabilimento industriale senza pregi architettonici o archeologici, quello delle Officine Alpe, chiuse negli anni ’80 dopo il fallimento dell’imprenditore privato ed una esperienza di cooperativa operaia. Dopo aver acquisito il terreno, il Comune affidò nei primi anni ’90 all’architetto Sandro Aita il compito di redigere un piano attuativo. L’indirizzo, riassunto nella delibera di incarico, era quello di “rafforzare e completare a Borgo Sacco l'attuale impianto urbanistico lungo la direttrice est/ovest lavorando all'interno della maglia esistente”, senza intaccare verde agricolo. Ci si muoveva in coerenza a una strategia che puntava a reperire nelle aree industriali dismesse (o da dismettere) spazi privilegiati per la residenza popolare: coeva, grosso modo, è l’operazione Bimac, che passò attraverso l’acquisto di quell’area a ridosso del centro storico di S. Maria, la redazione del piano particolareggiato da parte di due illustri cattedratici veneziani, Mancuso e Pastor, e il suo affidamento all’Itea. Nel caso del piano ex Alpe (approvato dal consiglio comunale nel 1995) si auspicava una soluzione mista, che affidasse una parte della residenza prevista all’Itea e ne mettesse a disposizione delle cooperative edilizie la rimanente, mentre un 20% era previsto per terziario.
La radicale messa in discussione di quella impostazione è abbastanza recente, risale alla prima fase dell’amministrazione Maffei. Una parte dei consiglieri comunali di maggioranza (i verdi, Paolo Cova, anche Tomazzoni e Volani nel caso della ex Bimac) avviò una battaglia politica per fare di quelle due aree un uso alternativo. Parve a molti -e anche a chi scrive- un’iniziativa impossibile da sostenere, in un’ottica di buon governo delle risorse. Si chiedeva di tornare su progetti che avevano una storia amministrativa consolidata: nel caso della Bimac l’Itea, dopo aver acquistato l’area ed essersi assunta la progettazione, aveva chiesto ormai la licenza edilizia. Come si poteva tornare da capo? E poi, ci si diceva, se non si potranno realizzare alloggi popolari nemmeno su terreni pubblici oggi occupati da ruderi industriali, dove si potrà farlo?
Quell’iniziativa non fu tuttavia senza esiti. Nel caso ex Bimac i critici spuntarono l’impegno ad una riduzione degli edifici previsti. Per quanto riguarda l’ex Alpe l’amministrazione incaricò Aita, redattore del piano attuativo del ‘95, di studiare delle soluzioni alternative. Ne scaturì un’ipotesi di lavoro (più che un progetto vero e proprio) che riduceva al 30% la parte costruita. Al di là delle percentuali, si andava stabilendo un nuovo ordine di priorità politica e urbanistica: era il verde, a quel punto, a diventare il principale obiettivo, e l’edificazione a diventare complementare. Su questa ipotesi, peraltro non ulteriormente approfondita, si attestò la maggioranza del consiglio comunale, prevalendo su quella di destinare al verde tutta l’area, che sta alla base del referendum.
Le posizioni che ora si confrontano, in apparenza, non sono molto lontane. Nessuno sembra oggi negare l’opportunità che una parte assolutamente prevalente di quei 10.000 mq. sia destinata a verde (per la verità, dall’ amministrazione filtra anche l’idea, per ora generica e in prima battuta poco convincente, di una piazza). E allora, cosa ha impedito un accordo, che evitasse una consultazione che rischia l’insuccesso per carenza di informazione e di mobilitazione? Dicevamo di un’occasione perduta, un po’ per tutti gli attori in gioco. I promotori hanno fatto la loro parte, ponendo una questione indubbiamente esemplare, ma non hanno avuto i mezzi e le energie per far discutere con la necessaria ampiezza la città. La nuova giunta si è trovata il problema di fronte in una fase che sembra ancora di (faticosa) impostazione delle sue concrete politiche, e tuttavia colpisce il suo atteggiamento elusivo. L’assessore all’urbanistica Tomazzoni, severamente critico nei confronti delle scelte del passato, si mostra nel caso cauto e quasi infastidito. Il sindaco Valduga dichiara la disponibilità ad una sorta di progettazione partecipata, che dovrebbe rassicurare sull’esito finale della vicenda, e tuttavia insiste sul costo smisurato che avrebbe la realizzazione di un nuovo giardino pubblico, un argomento deprimente per chi aveva creduto di vedere nel suo programma di governo una propensione ad investimenti di ben altra dimensione ed impegno. Il consiglio circoscrizionale ha votato all’unanimità o quasi una posizione di appoggio al quesito referendario e l’ha affidata al verbale come se si trattasse di una testimonianza a futura memoria, rinunciando a farne una base di confronto e di iniziativa. Nel consiglio comunale si sono presentate alcune domande di attualità per incalzare la giunta e stimolarla a cercare l’intesa, ma nessuno ha tentato di andare oltre, ad esempio provocando un pronunciamento netto attraverso una mozione. Avremmo potuto farlo noi di Rovereto Insieme e in effetti ne abbiamo discusso, ormai in ritardo, e frenati dalla preoccupazione di non fare giravolte demagogiche rispetto alle nostre posizioni storiche.
Eppure anche per la sinistra che ha governato per tanti anni la città l’occasione poteva essere colta meglio, se non altro per cercare di capire -dentro il grande confronto democratico che lo strumento del referendum sollecita- cos’è cambiato nei dieci anni che ci separano dall’approvazione di quel piano attuativo.
Il caso Sacco è contraddittorio ed emblematico. Il percorso lungo il Leno nella direzione dell’antico porto è probabilmente il più frequentato dai roveretani, a piedi o in bicicletta, ed il senso comune rilutta a rappresentarsi quel territorio come il regno del cemento. Da una parte la zona sportiva e ricreativa della Baldresca, dall’altra i campi di calcio delle Fucine e il bel vigneto, prima di costeggiare le mura della Manifattura e arrivare alla confluenza dei due corsi d’acqua: visto dall’argine del torrente e poi dell’Adige quello appare come un domestico paradiso. E tuttavia l’occhio non può ignorare le trasformazioni in atto. Gli enormi palazzoni privati che stanno crescendo alle Fucine sono destinati ad ospitare una residenza più massiccia di quella a suo tempo prevista a poche centinaia di metri di distanza nell’area ora discussa e vanno a costituire, con gli edifici Itea già esistenti, quasi un quartiere nel quartiere. Tra le vie direttrici le costruzioni si vanno addensando.
Se la si guarda dall’alto, dall’altra parte del fiume, Sacco appare ancora come un luogo costellato di suggestivi spazi verdi. Ma sono spazi privati (come il parco dei Bossi Fedrigotti) o comunque chiusi, come quelli ormai ridotti che contornano la nuova RSA e quelli incongruamente vasti collegati agli alloggi protetti per anziani, nella stessa grande area acquistata dal Comune alle suore.
L’esigenza di un giardino pubblico fruibile dai bambini e dagli anziani rimane insoddisfatta. Anche la discreta quantità di punti di aggregazione sociale della circoscrizione rischia di ritrovarsi presto sottodimensionata. E poi ci sono ulteriori incognite: il futuro della Manifattura Tabacchi, la necessità di pensare comunque all’uso alternativo dei suoi edifici storici e della vasta area dove ha sede quella che è stata a lungo la più grande fabbrica del Trentino…
Non sono questioni estranee al referendum di domenica. Andare a votare e farlo a favore della progettazione di un verde qualificato potrà servire ad avviare un confronto che ancora, in realtà, non c’è stato.
linea dura sulle biciclette
In piena armonia con quanto ci si propone di fare con il progetto di Agenda21 locale, l'amministrazione comunale ha deciso di stringere le maglie sulla tolleranza alle biciclette.
Nessuno vuole difendere la mancanza di rispetto delle regole, ma questi comportamenti spesso derivano da una necessità di sicurezza: ciclabili tronche, che si interrompono nei punti più pericolosi inducono ad imboccare il marciapiede; passaggi pericolosissimi come quello di via Dante all'incrocio con via Tartarotti o con Piazza Nazario Sauro, non aiutano di sicuro i ciclisti; la ciclabile di corso Bettini spesso occupata dai genitori che insegnano ai figli ad andare a scuola in macchina o dagli avventori dei bar circostanti, fanno arrabbiare anche i più pazienti; i pezzi di ciclabile condivisi con i pedoni (viale Trento e via Lungo Leno) sono spesso occupati dai pedoni.
Aiutatemi a creare "massa critica" e fare pressione per avere un pò di tolleranza.